domenica 19 febbraio 2012

No al casco obbligatorio per i ciclisti

"Onorevole Gianni Mancuso, ritiri la sua proposta di legge sull'uso obbligatorio del casco per i ciclisti. Il provvedimento, assegnato martedì 7 febbraio all’esame della commissione Trasporti della Camera è solo un nuovo favore al mercato, altro che tutela stradale dei ciclisti".

Così la richiesta del Presidente della FIAB, Antonio Dalla Venezia, che annuncia battaglia in tutte le sedi all'ennesima proposta di modifica del Codice della strada con una norma che di fatto rappresenta solo fumo negli occhi e un palliativo nelle politiche di sicurezza stradale delle migliaia di italiani che usano la bicicletta per spostarsi ogni giorno sulle nostre strade.

Il presidente della FIAB, che appoggia la campagna del Times rilanciata dai blog e dal ddl di Ferrante sulla mobilità ciclistica, afferma che, piuttosto, "ci sarebbero altri interventi da fare, come tutelare chi va a lavoro in bici, con una copertura Inail per il percorso casa-lavoro". "Noi combatteremo con le nostre argomentazioni - conclude Dalla Venezia - perché indossare il casco in testa ai ciclisti non sia imposto per legge".

La FIAB ha già ribadito più volte, anche in occasione dell'audizione alla Commissione Trasporti della Camera del 25 maggio 2010, di essere favorevole a raccomandare l'uso del casco per i ciclisti, ma di essere assolutamente contraria all'obbligo, introdotto per legge, anche in testa ai minori di 14 anni: gli unici che si salverebbero se la legge dovesse andare in porto sarebbero solo produttori e distributori. Basta confondere esigenze di mercato con misure di sicurezza stradale. Per limitare gli incidenti ai ciclisti occorre riprogettare le strade ma anche introdurre nelle lezioni di scuola guida anche norme di rispetto per gli altri utenti della strada non motorizzati.

Edoardo Galatola, responsabile sicurezza della Fiab, spiega: "Il sistema migliore di protezione per l'utenza non motorizzata è l'aumento della stessa utenza e un cambiamento delle condizioni di mobilità generali". Da un lato è necessario diminuire il carico di traffico veicolare quindi offrire nuove opportunità di mobilità (trasporto pubblico e collettivo in tutte le sue possibili combinazioni) e dall'altro costruire strade per la gente e non solo per le auto: quindi infrastrutture per una mobilità dolce.

"E' dimostrato, infatti - continua Galatola - che raddoppiando il numero dei ciclisti gli incidenti diminuiscono, in proporzione, del 38%. Inoltre, il casco obbligatorio non migliora la situazione, perché protegge negli impatti che avvengono fino a 25 km orari circa; quindi, parliamo della fascia di incidenti non d'investimento, ma di caduta, che sono il 7-8% del totale. Il restante 93% degli incidenti, invece, è causato -precisa- da investimenti ad alte velocità per i quali il casco non offre protezione".

"Dal punto di vista numerico -avverte Galatola- in Italia ci sono, mediamente, 10 mila infortunati annui per circa 300 morti. Quello che serve sono politiche di moderazione del traffico e della velocità, che regolamentino meglio e in maniera più uniforme la viabilità urbana, anche in assenza di piste ciclabili".


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