E’ più che triste
leggere del bambino travolto e ucciso a Torino, mentre andava a scuola con la sua bicicletta insieme al padre. Ti cascano le braccia, soprattutto leggendo i commenti di tanti: “doveva andare in bici al parco, non in strada”, “la strada è pericolosa per i bambini”, “doveva andare a scuola a piedi, perché sul marciapiede non ci sono le auto”, “la ciclabile dipinta non è sicura”, “è più sicuro portare i bambini a scuola in auto”, e via così. Nessun commento o considerazione sul comportamento di chi guidava l’auto che lo ha ucciso, né sul limite di 30 km/h che c’è in quel controviale, né che il bambino aveva il suo casco in testa.
E’ questa la realtà del pensiero maggioritario nazionale? Se fosse così, credo che dopo l’ennesima morte in bici (il trentasettesimo bambino dall’inizio dell’anno) dovrei dimettermi dalla mia qualifica di ciclista urbano, e arrendermi di fronte alla preponderante supremazia degli altri.
Se invece non è così, come spero e credo, dovrebbe forse dimettersi qualcun altro, che sia chi decide le regole generali della mobilità come chi sulla strada si inventa soluzioni bizzarre, controproducenti e potenzialmente pericolose: avete provato a vedere come saranno le (cosiddette) ciclabili lungo i viali dopo i lavori tramviari?
Tante categorie riescono a portare avanti le proprie istanze, ma noi ciclisti molto meno. E’ necessario aprire una riflessione.