Il dito e la luna 10
giovedì 22 gennaio 2026 | di Patrizio Suppa
La mia prima reazione di fronte alla bocciatura da parte del Tar di “Bologna città 30” è stata chiedermi: ma quelli che stanno brindando non sono forse gli stessi che strillano contro la magistratura politicizzata? Curioso, vero? Torniamo alla sostanza: un ricorso ha bocciato l’iniziativa bolognese. Non perché balzana, ma per motivi amministrativi. Quando il Comune di Bologna correggerà gli atti, la città 30 potrà ripartire. Quanto alla sostanza, nonostante questa scelta sia bollata come ideologica, ci sono studi su studi che spiegano la bontà della scelta: è però necessario leggerli e metterci attenzione, attività piuttosto complesse. Mi è bastato ascoltare gli interventi degli ascoltatori in una trasmissione alla radio: la fine della città 30 è stata presa da tanti come una liberazione, come se rischiare ogni giorno di morire per strada (o farsi molto male) non sia un’indesiderabile possibilità per ciascuno di noi (e di loro). Eppure basta andare in giro per l’Europa per trovare grandi città con ampie zone dove il limite è a 30 km/h. Tanto per fare un esempio, ricordo di aver visto i cartelli a Monaco già vent’anni fa, e, se vogliamo, il centro di Firenze è (o meglio, sarebbe) a 30 km/h da molto prima. I risultati sono lì a dimostrarlo: la zona 30 funziona, soprattutto se ci sono controlli e infrastrutture che costringano a mantenere bassa la velocità. Il resto sono ragionamenti fatti per la pancia.
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