A terra?



Un interessante articolo del Sole 24 ore parla della preoccupazione degli agricoltori per la diminuzione della superficie coltivabile.
Tutto nasce dalla prossima costruzione di un impianto fotovoltaico “a terra” in provincia di Piacenza, su una superficie ampia come 17 campi da calcio, precedentemente coltivata a grano.
Prima di continuare il ragionamento, facciamo un elementare elenco di considerazioni: benissimo l'energia fotovoltaica e benissimo rispettare gli accordi di riduzione della CO2 che ci dà l'Europa, ma c'è modo e modo.
Mettere un impianto fotovoltaico a terra significa togliere spazio alle coltivazioni, e, parliamoci chiaro, è davvero poco sostenibile: avremo il cellulare caricato con energia solare, ma ci mangeremo un panino fatto con farina di grano canadese... è un guadagno, per noi e per l'ambiente?
Ci dicono che in 30 anni è sparito il 20% della superficie agricola, grazie, immagino, a centri commerciali, svincoli, autostrade, parcheggi e così via. Alla diminuzione delle terre coltivabili io aggiungerei anche le produzioni vegetali per scopi industriali (il bio-si fa per dire-diesel o un tipo di  bio-si fa per dire-metano) che occupano terre utili alle coltivazioni alimentari. Per tanti diventa più conveniente riempire di pannelli un terreno invece che di cereali, e lo capisco.
Allora, la soluzione dovrebbe essere semplice: i pannelli vanno sui tetti di case e stalle, mentre per terra si coltivano i prodotti che ci servono per mangiare. In più, a chi coltiva dev'essere garantito un prezzo equo per i propri prodotti. Troppo facile, vero?

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